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Villa Malfatti (Sec. XIV - XV) Villa Malfatti - Belloc (Sec. XIV - XV)
Sono ignoti i precedenti più antichi di questo edificio che, quale si presenta oggi, ha più aspetto di palazzo che di villa.
Esso è in ogni caso la risultante di una serie di rimaneggiamenti susseguitisi in un arco di tempo relativamente lungo.
La presenza di una costruzione antica, risalente presumibilmente all'epoca quattro - cinquecentesca è denunziata da grandi arcate a volta tuttora visibili nel piano cantine dell'edificio attuale. Poiché il muro di cinta del paese, nella più vasta estensione raggiunta, correva lungo la via Biandrate in provenienza dalla piazza Vittorio Veneto, l'area della villa risultava fuori delle mura.
Si può quindi presumere che le arcate accennate fossero parte di una "ridotta" avanzata a protezione del castello da questo lato o di qualche costruzione forse iniziata e non terminata. Nel Settecento, un primo edificio residenziale dovette esser costruito, in posizione un poco più arretrata dell'attuale. Di esso non resta più alcuna traccia ma la sua presenza è attestata da un cancello barocco inquadrato da due "quinte" in cotto, preceduto da una breve scalinata, tuttora visibile nel giardino posteriore. Dietro il cancello si poteva ancora notare a fine Ottocento una piccola casa rurale, probabile residuo dell'edificio accennato. E un'altra casa rurale era stata costruita su parte dell'area attuale, presumibilmente utilizzando alcune delle vecchie fondazioni accennate.
All'inizio dell'Ottocento, Teresa Belloc decide di farsi costruire una villa fuori del paese. Come riferisce Camillo Boggio, ella acquistò una cascina e terreni da diversi privati (dalla parrocchia, dalla proprietà Margherio e da altri); conservò l'edificio rustico e, fra questo e la via Biandrate, fece costruire la villa che prese il suo nome. Il nome dell'architetto non è noto ma esso venne indicato in passato nel Pechenino. Il Boggio non è d'accordo ma unicamente per motivi di date. Egli ritiene infatti che Pechenino avrebbe potuto porvi mano solo dopo il suo ritorno dall'America (1824) e a quella data la villa, censita fin dal 1826, doveva essere già costruita. Ma nulla esclude che il suo progetto sia stato concepito prima del suo espatrio, cioè negli anni dal 1810 al 1816. Essi corrispondono con ogni verosimiglianza ai tempi di progettazione e di costruzione dell'edificio, come appare da una pietra da camino tuttora esistente che, accanto alle iniziali di Teresa Belloc, riporta la data 1815.
Ci pare quindi altamente probabile che autore del disegno architettonico della villa sia stato proprio il Pechenino, allora assai stimato e certo ben conosciuto dal marito di Teresa. Le strutture originali sono in gran parte visibili in alcune fotografie degli anni 1880: il fabbricato era in pretto stile "Impero" con due colonne doriche fiancheggianti l'ingresso principale, a sua volta preceduto da una terrazza che prospetta su di una doppia scalinata, arricchita da due statue mitologiche. Al primo piano, un balcone centrale in ferro battuto; alla sommità, un "fastigio" triangolare con orologio. Nell'interrato, sotto la terrazza, era la serra. Sotto il balcone Teresa Belloc aveva fatto apporre la nota frase latina AMPHION THEBES THERESIA VILLAM, rivelatrice del suo legittimo orgoglio di costruttrice. Alla morte di Teresa (1855) iniziarono tempi difficili per la casa. In mancanza di discendenti diretti, tutti premorti, ella aveva di fatto adottato negli ultimi anni la famiglia di Pietro Ferrero, suo domestico e uomo di fiducia, divenendo madrina dei suoi figli Angelo, Carlo, Faustino e Maria Teresa, cui furono imposti non casualmente tutti nomi della famiglia Belloc - Trombetta.
Con testamento 24 febbraio 1855 del notaio sangiorgese Pietro Bernardino Meynardi, i beni di lei passarono al Ferrero, salvo la nuda proprietà della cascina Lusaresco (75 giornate), destinata ai tre figli maschi e alcuni legati.
Il Ferrero, forse, non aveva inizialmente intenzioni pericolose e infatti per qualche tempo compare fra i benefattori del paese con generose offerte; fu anche Priore della Badia di San Giorgio che riunì talvolta nella villa divenuta sua.
Ma molto presto la fortuna ricevuta gli diede alla testa, come spesso avviene in questi casi: in pochi anni tutto fu dilapidato e la villa venduta. Essa passò da questo momento in diverse mani e la sua manutenzione fu trascurata.
Per un certo tempo (intorno al 1880) venne anche affittata al senatore Michele Chiesa, fondatore della manifattura San Giorgio. Ma egli si fermò poco, probabilmente in conseguenza di un drammatico incidente: una bimba della famiglia cadde nella vasca dei pesci del giardino avanti casa e vi annegò.
Quando finalmente la villa venne acquistata nel 1888 dal barone trentino Stefano Malfatti, essa era in cattive condizioni. La necessità di effettuare importanti restauri e il desiderio naturale di adattarla alle proprie esigenze portarono ad una serie d'interventi radicali, toccanti non

Bibliografia:
Tratto da:
"San Giorgio Biografia di un Paese" - 1986
di Vittorio Della Croce
Comune di San Giorgio Canavese







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